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Conosco ogni crepa del mio viso
come si conosce una strada percorsa mille volte,
ogni ombra sotto gli occhi,
ogni parola detta storta,
ogni momento in cui avrei potuto essere
qualcosa di diverso
da quello che sono.
Mi sono fatta un inventario dei difetti
con la precisione di chi cataloga pietre,
questa, troppo dura.
Questa, spezzata.
Questa, non abbastanza lucente.
Ma chi mi ha insegnato a guardare così?
Chi mi ha messo in mano
quella lente che ingrandisce solo le fratture
e lascia nell'ombra tutto il resto?
Eppure.
C'è qualcuno che aspetta le mie parole
come si aspetta la pioggia d'agosto.
C'è qualcuno che ricorda la mia voce
nei momenti in cui aveva freddo dentro.
C'è qualcuno che, senza saperlo,
ha imparato a sorridere
guardando come sorrido io.
Io non lo vedo.
Non riesco a vederlo.
Come non si vede la propria luce,
perché la luce non illumina sé stessa,
illumina tutto ciò che ha intorno.
Forse apprezzarsi non significa
trovare bella ogni cosa che siamo.
Forse significa smettere
di condannarsi senza processo,
di essere il giudice più severo
di una corte che nessuno ha convocato.
Forse significa dire:
Sono stata fatta con cura,
anche lì dove non si vede.
Sono le mani che non si arrendono,
la mente che cerca ancora,
il cuore che, nonostante tutto,
continua a offrirsi,
ammaccato, sì,
ma ancora aperto.
Guardati come guarderesti
un'amica che ami profondamente:
con tenerezza per le sue cadute,
con orgoglio per i suoi passi,
con la certezza
che il meglio di lei
non sta dove lei crede.
Sta proprio lì
dove lei non riesce a guardare.
E forse il coraggio più grande
non è essere perfette,
è imparare, piano,
a non essere
la nostra peggior nemica.